Letteratura e realtà

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le implicazioni dovute - ciclo di Incontri
le implicazioni dovute - ciclo di Incontri
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Tre serate di approfondimento e discussione sul romanzo contemporaneo. Tre forme della prosa (la narrazione dell’io, il romanzo storico, il romanzo-saggio) particolarmente importanti per comprendere il panorama letterario di oggi. Tre tipi di scrittura che hanno radici comuni nel presente, che, in qualche modo, ne sono il sintomo.Tre invitati d’eccellenza: Marco Mongelli, Emanuela Piga Bruni, Daniele Giglioli.

  • 11 Aprile 2019 – h 19
    L’io e (è) la realtà. Autofiction, scritture in prima persona e dintorni. Con Marco Mongelli
    Corpus: W. Siti (Il dio impossibile), E. Carrère (L’avversario, Un romanzo russo, Vite che non sono la mia), G. Genna (Assalto a un tempo devastato e vile, Italia de profundiis), Ch. Angot (L’incesto), J. Cercas (I soldati di Salamina), D. Eggers (L’opera struggente di un formidabile genio). L’io ha a che fare con i maggiori fenomeni culturali della contemporaneità: narcisismo, cinismo, crisi dell’idea di competenza e di fiducia reciproca che fonda il rapporto sociale. L’io sembra uno schermo su cui proiettare le buone e le cattive intenzioni del soggetto, un contenitore immaginario che raccoglie la propria idea di sé, da progettare, esporre ed eventualmente riprogettare retroattivamente. Un’istanza a cui  è legata, ad un tempo, la passività e l’aggressività, che cerca conferma nella realtà, politicamente malleabile e manipolabile. Solo la letteratura e le arti riescono a cogliere tutta l’ambivalenza di questa istanza psichica, che acquista sempre più spazio nei rapporti sociali contemporanei, provocando, paradossalmente, effetti di radicale conformismo. Dando un’occhiata all’evoluzione genealogica del genere autobiografico moderno e soffermandosi sulla svolta fondamentale degli anni ‘70 del XX secolo (nel momento in cui nasce e si dichiara apertamente la falsa autobiografia) si può cogliere forse un momento che potremmo chiamare di verità sulla cultura contemporanea.
     
  • 18 aprile 2019 – h 19
    La storia, il soggetto, il desiderio. Con Emanuela Piga Bruni
    Corpus: J. Littel (Le benevole), G. Falco (La gemella H), F. Pecoraro (Vita in tempo di pace), J. Cercas (I soldati di Salamina), Wu Ming (L’armata dei sonnambuli), L. Binet (HhHH), A. Scurati (M, il figlio del secolo), L. Rastello (Piove all’insù), A. Ernaux (Gli anni).
    Se è ancora indubitabile che il romanzo storico, sin dalla sua comparsa settecentesca, abbia una relazione stretta e performativa con il presente e con l’idea di futuro ad esso contemporaneo, di cosa è sintomo il ritorno del romanzo storico in questi anni? Qual è l’aspetto del nostro rapporto con la realtà che, più o meno consapevolmente, sottolinea? Il romanzo storico della contemporaneità si differenzia da quello ottocentesco (strumento che in Italia è utilizzato per la fondazione di una mitologia nazionale, guadagnandosi l’etichetta di romantico-risorgimentale) e da quello della seconda metà degli anni ‘70 (si pensi a La storia della Morante, che mette in rilievo invece la dismisura e l’incommensurabilità tra la storia individuale e la Storia) attraverso il coinvolgimento del lettore e della sua responsabilità morale entro la Storia. Se negli anni ‘70 il romanzo storico sollevava dalle responsabilità individuali, quello di oggi, per certi versi, compie il lavoro opposto: chiama alla responsabilità perfino individui non direttamente coinvolti nelle vicende storiche. Attraverso meccanismi formali (uno su tutti, la narrazione in prima persona), il romanzo storico moderno coinvolge il lettore in identificazioni scomode (come, per esempio, quella con un ufficiale nazista o con una figlia di un giornalista nazista della prima ora), oppure segnala gli aspetti di continuità tra il passato e il presente. In ogni caso, esso segnala un presente che intrattiene un rapporto irrisolto con il passato.
     
  • 9 maggio 2019 h 19 
    Il romanzo e il saggio: l’intelletto e la ragione.  Con Daniele Giglioli
    Corpus: E. Trevi (Qualcosa di scritto, I cani del nulla), R. Saviano (Gomorra), E. Carrère (Il regno), D.F. Wallace (Considera l’aragosta, Una cosa divertente che non farò mai più), W. Siti (Troppi paradisi), E. Albinati (La scuola cattolica), Houellebecq (Sottomissione)
    È opinione affermata che il romanzo-saggio nasca come una risposta culturale alla crescente complessità del mondo moderno di fine XIX sec («un esorcismo formale della nuova pressione del tempo storico», come afferma Stefano Ercolino). Ma oggi ha ancora la medesima funzione di meccanismo di difesa e allo stesso tempo di riconciliazione con il principio cartesiano? Oppure la commistione è sintomo di una sfiducia bicefala che colpisce sia il pensiero analitico del saggio – ormai connivente con il gigantesco flusso di informazioni confuse e con la pubblicità – sia nel romanzo – disinnescato, nella sua intensità, dalla “democrazia della tolleranza”? In questa ultima notazione, secondo la quale la diffidenza nei confronti del pensiero analitico è compensata dalla narrazione aneddotica e spesso autobiografica, esiste una relazione con il primo punto e con le scritture dell’io?